“Sulla cima del mondo” Orlando Donfrancesco scaglia la sua sfida alle stelle

La bellezza è qualcosa che non passa mai di moda. Ideale carnale e sanguigno, la sua anima è destinata a durare in eterno. La bellezza è come l’ossigeno. Senza di essa nulla può essere compatibile con una vita degna di essere vissuta. E in quella fine d’estate del 1919 “i ribelli di Fiume” lo sapevano molto bene. La giovinezza li voleva belli, forti, immortali e affamati, pronti a carpirne il suo frutto proibito per vivere per sempre. Pronti a ubriacarsi del fascino del rischio e della seduzione della morte. Ebbri d’amore “i ribelli” si accingevano a voltare le spalle a un passato fatto di ninnoli e crinoline, di buone maniere ipocrite e perverse, ma soprattutto a disobbedire a una classe dirigente che ora, dopo la tragedia della guerra e l’ecatombe di gran parte di una generazione che avrebbe costruito il futuro, li voleva ognuno al proprio posto, a lavorare a ingravidare a tacere, e a obbedire. Nessuno però li aveva potuti fermare nel trionfo di quella Santa Entrata, bellissimi e accarezzati dal sole. Baciati d’amore, e presto, anche dal loro stesso sangue.

Ecco che a distanza di cent’anni dall’Impresa fiumana, Orlando Donfrancesco nel suo secondo romanzo intitolato Sulla cima del mondo. Il romanzo dei ribelli di Fiume – edito da Historica edizioni –  ci fa vivere in prima persona la memoria e la sfida di un mondo che stava cambiando con grande rapidità, la delusione ma nello stesso tempo la speranza, gli ideali, le passioni e i sogni di una generazione che aveva fatto della bellezza della lotta e dell’amore la sua bandiera.

IMG_20190705_192239_1.jpg(L’autore, Orlando Donfrancesco, all’interno del Museo d’Annunzio Eroe. Il Vittoriale degli Italiani, Gardone Riviera)

Il tuo romanzo mi è sembrato l’espressione dell’opera d’arte totale, l’unione di tanti aspetti, a partire da incisi musicali fino al connubio tra parole e immagini, da descrizioni che si mostrano agli occhi come dipinti artistici a narrazioni che sembrano fotografie…

Ti ringrazio per il complimento. Nella mia scrittura ho sempre cercato di destare tutti i sensi del lettore, dall’udito con i rumori e la musica, all’odorato con i profumi, il gusto, le immagini, il tatto con la mano che sfiora la pelle… La vera magia è lasciarsi trasportare e trovarsi lì, perché la nostra immaginazione, se ben stimolata, è in grado di evocare immagini (non solo visive) spesso più potenti della realtà.

La copertina del romanzo è contraddistinta da uno scatto fotografico inedito, assieme al colore rosso e al simbolo dell’aquila decapitata. Cosa ti ha spinto a questa scelta?

Innanzitutto la foto originale, scattata nella primavera del 1920 proprio a Fiume. Ritrae la bellissima Lina Igliori con fez e pugnale, e un ardito voltato a guardarla. Quella scena riassume mirabilmente lo spirito del romanzo. Poi con l’elaborazione grafica ho privilegiato il rosso del sangue versato a Fiume, ma anche della passione amorosa e idealistica sempre presente. Il rosso, unito al verde delle uniformi e al bianco, evoca poi il tricolore. Quello stesso tricolore che fu infisso da due intraprendenti legionari nel collo della seconda testa dell’aquila decapitata sulla torre del municipio, diventando così il simbolo della Fiume dannunziana.

Saverio Gualtieri e Riccardo Marchetti sono due amici stretti da un legame fraterno. Qual è il senso del loro legame? Cosa e chi ti ha ispirato nel dare vita a questi due personaggi?

Mi ha ispirato il sentimento di amicizia vera e profonda che può crearsi tra due uomini, sentimento che viene portato allo zenit quando si vivono insieme momenti tragici come gli anni in trincea. Leggendo le testimonianze dei reduci è evidente la natura particolare e profondissima di questo sentimento che va ben oltre il cameratismo, oltre l’amicizia e raggiunge qualcosa di più elevato anche della fratellanza. La guerra, con il suo orrore, ha avuto questo splendido rovescio della medaglia.

Nel tuo romanzo ci sono diversi tipi di donne, da quelle apparentemente caste e pure, a quelle più spregiudicate, dalle prostitute alle femme fatale protagoniste di sogni proibiti fino a donne che incarnano in sé lo spirito dell’amore carnale e spirituale…

Sì, come sai mi è congeniale scrivere dell’universo femminile che trovo molto interessante e potente in narrativa.

Attraverso le pagine del tuo romanzo, come potresti descrivere il ruolo assunto dall’universo femminile nell’impresa di Fiume? La loro presenza ha avuto una ricaduta sugli uomini o viceversa?

Nonostante l’argomento fiumano possa sembrare a prima vista molto “maschile”, le donne in realtà hanno avuto un ruolo importantissimo nella vicenda e direi anche più variegato rispetto agli uomini. Dalle cittadine fiumane di ogni classe (per esempio le ricche borghesi che davano feste in onore degli ufficiali o le umili pescatrici che festeggiavano fino alle luci del mattino insieme ai soldati) alle avventuriere, dalle femministe spregiudicate alle spie, poi le prostitute accorse in gran numero, le crocerossine, le artiste, le danzatrici e le canzonettiste, fino ad arrivare alle “legionarie” inquadrate militarmente. La donna a Fiume aveva raggiunto un grado di parità con gli uomini impensabile per l’epoca. Basti solo ricordare che il divorzio era legale, che l’uguaglianza tra uomini e donne era riportata alle prime righe della costituzione della Reggenza del Carnaro, insieme al diritto di voto e – primo caso nella Storia – all’obbligo di prestare il servizio militare come gli uomini.

“Sulla cima del mondo” si presenta soprattutto come l’esito di un’accurata ricerca storiografica. Potresti raccontarci questo tuo “studio”? Quanto l’approccio storiografico ha influito sulla tua scrittura e sulla tua creatività?

Prima di iniziare la scrittura del romanzo ho trascorso circa un paio di anni tra letture e ricerche, anche archivistiche. É stata una parte splendida di questa splendida avventura. Mi ha fatto viaggiare per l’Italia e tornare un paio di volte a Fiume, dove sono rimasto anche una settimana immerso nella scrittura. L’approccio storiografico è stato fondamentale perché in un certo senso è stato lui a “dettarmi” gli eventi e le azioni dei protagonisti fin nei minimi particolari.

Sei stato a Fiume per il centenario. Se dovessi narrarci la tua Santa Entrata come la racconteresti?

Come accennavo prima, non era la mia prima volta a Fiume, ma confesso che essere lì a cent’anni dalla Santa Entrata mi ha fatto provare un’emozione incredibile che trascendeva ciò che avevo intorno e si ricollegava spiritualmente all’emozione di legionari e fiumani di quel 12 settembre. Un’esperienza unica e irripetibile (se non fra cent’anni).

Come hai vissuto la tua permanenza a Fiume in quei giorni? Quanto hai ritrovato del tuo romanzo nella tua personale celebrazione della ricorrenza vissuta proprio nella Città Olocausta?

Mi trovavo in ottima compagnia, quindi è stato ancora più facile godere ogni momento di quei tre giorni. Abbiamo compiuto piccole rievocazioni da intenditori, tipo andare a mangiare in un ristorante accanto a dove era il famoso Ornitorinco e ordinare la specialità del risotto con gli scampi che mangiavano i legionari, passare al cimitero per un “alalà funebre” ai caduti, visitare il teatro Fenice ormai in rovina o cercare di localizzare la villetta di Keller e Comisso a Cosala. Una perfetta “immersione” nello spirito del tempo, come se Fiume fosse ancora quella di cent’anni fa.

A chi parla oggi l’impresa di Fiume e in particolar modo il tuo romanzo a chi vuole rivolgersi?

L’Impresa di Fiume oggi dovrebbe essere conosciuta nella sua verità da tutti, non solo dagli italiani. Il mio romanzo si rivolge soprattutto ai giovani che potranno riscontrare molti punti in comune con i folli e arditi legionari che fecero l’impresa. E magari trovare in loro ciò che oggi manca completamente: la forza dell’ideale.

Come declineresti oggi il motto “Quis contra nos?”

Lo interiorizzerei, lo farei diventare una sorta di mantra. “Se lo Spirito è con noi, chi sarà contro di noi?” Era una forza che andava oltre il materiale ad animare i cuori dei legionari, ed è la stessa che può darci ogni giorno la forza di osare anche ciò che sembra impossibile.

“Di cose che potevano essere e non sono state”. Traslando queste tue parole tra le righe della grande Storia, quale significato assumerebbe secondo te?

“Non sarà Fiume ad annettersi all’Italia, ma l’Italia ad annettersi a Fiume”, così parlava d’Annunzio in quei giorni. Se fosse andata così, se d’Annunzio avesse preso le redini di una rivoluzione in Italia – e c’è mancato veramente poco – la grande Storia sarebbe stata completamente diversa. Mi piace pensare a tutte le “cose che potevano essere e non sono state” e mi piace pensare che sarebbero state migliori. Chissà, forse un giorno ne scriverò un romanzo ucronico!

 

 

A cura di Erika Baini

Un pensiero su ““Sulla cima del mondo” Orlando Donfrancesco scaglia la sua sfida alle stelle

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...